Diario · Da Soverato a Pizzo Calabro, Calabria · 17/10/2026

Da mare a mare, un anno dopo

Il Kalabria Coast to Coast, da Soverato a Pizzo, camminato il 10, 11 e 12 ottobre 2025. Riletto oggi, con gli appunti di allora e quello che è rimasto.

Gli appunti di quei giorni li ho ancora, con la punteggiatura che manca e i numeri al posto delle parole. Sono freddi come un registro di bordo: «Km 5 gregge di pecore, ore 11:30». «Km 10,6 prima nivera». «Km 12,7 recupero di Manuela». A rileggerli un anno dopo sembrano la mappa di un posto che conosco, ma scritta da qualcun altro. Il cammino vero sta in mezzo a quei numeri, negli spazi bianchi tra un chilometro e l'altro, e quelli nessuno li ha mai scritti: me li porto dentro.

Pensavo che un anno bastasse a far sbiadire qualcosa, come succede alle foto lasciate al sole. Invece ricordo ancora tutto. L'emozione di quell'esperienza era tanta, e difficilmente i ricordi andranno via. Se chiudo gli occhi, però, la prima immagine che torna è sempre la stessa: il tramonto finale a Pizzo, il culmine di quelle emozioni sprigionate in tre giorni, con quei colori fantastici sul Tirreno. Un tramonto veramente mozzafiato, e non lo dico tanto per dire: era così.

Tutto era cominciato a metà agosto, davanti a uno schermo, quando io e Domenico avevamo deciso che quella voce che diceva «dovresti farlo» andava presa sul serio e messa in calendario. Giovedì 9 ottobre eravamo già attorno a un tavolo di pesce al ristorante Brezza di Soverato: io arrivato in macchina con Michele, ad aspettarci Domenico, Marilia, Manuela e Luigina, che dopo cena ci ha fatto da Cicerone sul lungomare, mostrandoci il bar per la colazione e il supermercato per i panini, piccoli gesti che sono già una forma di cura. Siamo rientrati al B&B verso le undici, con le risate che non volevano finire e Domenico che accusava Michele di avere le scarpe puzzolenti; la mattina dopo si sarebbe scoperto che a pestare qualcosa per strada era stato lui. Sotto quelle risate, però, girava una domanda che non dicevo ad alta voce: ce la farò, sono abbastanza allenato?

Quella domanda, oggi, ha anche un disegno. Le tracce GPS di quei tre giorni, ripescate un anno dopo, la tracciano come una linea che parte dallo Ionio, si arrampica fino a 1006 metri nel cuore delle Serre e poi si lascia scivolare verso il Tirreno: 61,9 chilometri e circa 2.100 metri di salita. Sono linee pulite, senza fiato e senza vesciche. Il resto ce lo metto io.

0 m500 m1000 m
Il registro di bordo: tocca un punto per leggere l'appunto di quel chilometro.

Primo giorno, l'asfalto e il sole

Venerdì 10 ottobre, ore 10:09, quattro metri sul livello del mare. Michele era ripartito presto, lo aspettava il lavoro, e il gruppo si era completato con Francesco, Giovanna e Mariangela, arrivati quella mattina: noi altri eravamo a Soverato già dalla sera prima. In sette, quelli che avrebbero messo davvero i piedi sul sentiero. Prima ancora di partire avevamo fatto i rituali che fanno di una mattina qualunque l'inizio di un cammino: la colazione alle 9:30 con il cornetto ai frutti di bosco, un liquore alla liquirizia ordinato da qualcuno prima delle dieci «per la pressione bassa», tra le risate di tutti, e il primo timbro sul passaporto del camminatore, ancora pulito, ancora tutto da riempire. Poi il supermercato, i panini con prosciutto cotto e provola, due litri d'acqua nella sacca, la foto davanti alla scritta Soverato. E via, con il mare alle spalle e nessuna idea precisa di cosa ci aspettasse davanti.

Soverato, la partenza

I primi chilometri sono stati quasi una passeggiata, piatti, ancora sul livello del mare. Al quinto, alle 11:32, a otto metri di quota, un gregge di pecore ci ha tagliato la strada senza nessuna fretta, e noi ci siamo fermati a guardarlo passare come si guarda passare un treno. Nello stesso momento ho sentito qualcosa sotto la pianta del piede sinistro, un fastidio piccolo, di quelli che si decide di ignorare. L'ho ignorato. Mi avrebbe accompagnato per tutta la tappa.

Al sesto chilometro, vicino al residence Calaghera, la strada ha cominciato a salire, e da lì non ha più smesso. Asfalto, quasi tutto asfalto, sotto un sole di ottobre che non aveva nessuna intenzione di essere autunnale. Al chilometro 9,4 la pendenza ha toccato il 12%, e lì il fiato si è accorciato, il sudore ha cominciato a scendere negli occhi, e qualcosa dentro, invece di chiudersi, si è aperto. Alle 13:11, al chilometro 9,8, a 434 metri, dopo 440 metri di dislivello conquistati uno per uno, ci siamo seduti a terra per un quarto d'ora. Il panino mangiato lì, in silenzio, con la fame che solo la fatica vera sa dare, è stato il più buono della mia vita, e non credo che fosse merito della provola.

Dopo pranzo la salita si è presa ancora un pezzo di noi: alle 14:35, al chilometro 11,8, eravamo a 640 metri, il punto più alto della giornata, con lo Ionio ormai lontano e piccolo alle nostre spalle. Subito dopo la strada è crollata in basso con una pendenza del 15%, e le gambe, che si erano appena abituate a spingere, hanno dovuto imparare in fretta a frenare.

Verso Petrizzi, tra asfalto e uliveti

A Petrizzi, alle 15:30, a 386 metri, ci siamo fermati venti minuti. Lì Marilia ha deciso di fermarsi. Era arrivata fin lì con scarpe alte del tutto sbagliate per quel terreno, e aveva camminato lo stesso, fino a capire da sola che non era pronta per altri chilometri. C'è un coraggio anche in questo, nel sapere quando fermarsi. A Petrizzi abbiamo incontrato l'altro gruppo di camminatori e preso i timbri al bar Matis, quello di Pietro compreso; poi di nuovo in strada, il torrente Beltrame da attraversare, un tunnel con la foto di rito nel buio, le ombre che si allungavano.

Al chilometro 18,7, alle 17:11, era rimasto un solo panino. L'abbiamo diviso a metà, io e Domenico, seduti sul bordo della strada, e in quel momento ci ha raggiunti in macchina il gestore del B&B, venuto a vedere se stavamo bene. Nessuno glielo aveva chiesto. Alle 18:00, dopo 20,9 chilometri e 809 metri di salita, eravamo a San Vito sullo Ionio, al B&B U Siracu, che in dialetto vuol dire baco da seta.

Sotto la doccia ho visto la vescica per quello che era: bella grossa, abbastanza da mettere in dubbio tutto il resto, se non l'avessi gestita subito. Farmacia accanto al B&B, cerotti specifici per le vesciche, una crema per i piedi dei camminatori. Alle 19:30 una birra al bar Arcobaleno, con un altro timbro; alle 20:15 la cena al Foglia d'Oro, hamburger, patatine e una millefoglie con crema e cioccolato che a fine giornata sembrava un premio. Lì, parlando della tappa del giorno dopo, il titolare si è offerto di portare a Monterosso gli zaini delle ragazze e parte dei nostri ricambi. Quella notte, in camera con Domenico e Francesco, non ho chiuso occhio. Ero troppo stanco perfino per dormire.

  • Tappa 1 · 10/10/2025
  • Soverato → San Vito sullo Ionio
  • 20,9 km
  • ↗ 809 m
  • 10:09–18:00
  • punto più alto 640 m al km 11,8
  • tratto più duro -15% al km 11,9
  • Strava ↗
Soverato
Soverato
Da Soverato a San Vito sullo Ionio
Da Soverato a San Vito sullo Ionio - pausa pranzo
Verso Petrizzi e le castagne
Verso Petrizzi
Da Soverato a San Vito sullo Ionio
San Vito sullo Ionio
San Vito sullo Ionio
San Vito sullo Ionio - chiesa e B&B
San Vito sullo Ionio - cena

Secondo giorno, il tetto delle Serre

Sabato 11 ottobre, ore 9:52, 322 metri. La sveglia di Domenico era suonata alle 6, le campane alle 6:30, io mi sono alzato alle 7 con il corpo che chiedeva il conto della notte. Alle 8 una visita alla chiesa lì vicino, poi la colazione al B&B, caffè, latte, cornetti, fette biscottate con Nutella e marmellate, in una sala in stile taverna del viaggiatore piena di strumenti musicali, a disposizione di chi avesse voglia di suonare. Nessuno di noi ne aveva la forza. Panini, borracce piene, zaini più leggeri, e la porta del paese alle spalle.

Il secondo giorno la strada è salita subito, senza mediazioni. Al chilometro 2,5, alle 10:42, eravamo già a 617 metri, quasi trecento guadagnati in meno di un'ora, e lì abbiamo trovato la prima fonte: acqua così gelida che si sentiva scendere fino allo stomaco, bevuta in silenzio, a turno, con le mani a coppa. Poi ancora salita, ripida, e la faggeta che si è chiusa sopra le nostre teste e ha lasciato il mondo di fuori, fuori. La luce filtrava a fatica tra i rami, soffusa, quasi irreale, e si sentivano solo i passi sui sassi, il fruscio delle foglie, il respiro che trovava da solo il ritmo della salita. È lì che ho capito perché faccio queste cose. Non per arrivare da qualche parte. Per stare in posti così.

La faggeta delle Serre - mega ragnatela tra gli alberi

Al Lago Acero ci siamo fermati per la foto di gruppo e abbiamo ritrovato Luigi Candalise di Esperiandanti con il suo gruppo, lui al suo tredicesimo Coast to Coast, noi al nostro primo. E subito dopo, tra gli alberi, la strada ci ha messo davanti tre uomini con le ceste piene di funghi. Uno si chiamava Domenico, e io l'ho ribattezzato subito il Fungiaro: aveva un bastone personalizzato di nome Odino, ci ha raccontato la sua vita e la sua passione in pochi minuti e ci ha mostrato il raccolto della giornata come si mostra un tesoro. Voleva sapere tutto del cammino, da dove venivamo, dove andavamo. Ci siamo scambiati i numeri e le foto fatte insieme, e più avanti mi ha mandato video simpaticissimi delle sue giornate a caccia di funghi; in quest'anno ha continuato a scrivermi ogni tanto, con la stessa allegria di quell'incontro tra i faggi. Certi incontri non si cercano: arrivano.

Il Fungiaro e il bastone Odino

Alle 13:07, al chilometro 8,8, il GPS segna 1006 metri: il tetto di tutto il cammino. Allora non lo sapevo; sapevo solo che avevo fame e che le gambe avevano smesso di fare domande e cominciato a fare affermazioni. Ci siamo fermati poco dopo, in uno spiazzo a mille metri, dalle 13:14 alle 13:39, e per la prima volta da quando eravamo partiti non c'era traccia di mare in nessuna direzione. Solo bosco, e il silenzio che il bosco fa quando smetti di parlare.

Il pomeriggio è stato una sequenza di pietre con una storia. Verso le 14:05, a 986 metri, la prima nivera, una di quelle buche di pietra dove un tempo si conservava la neve dell'inverno per venderla d'estate, quando giù al mare il caldo non dava tregua. Cinque minuti dopo, a 992 metri, la Pietra della Fata, un masso enorme posato su un'altra roccia in un equilibrio che sembra impossibile e che la leggenda attribuisce, appunto, alle fate. Ci siamo messi tutti davanti al megalite per la foto di gruppo, e per quel giorno ho scelto di crederci. Alle 14:49 l'area picnic, a 964 metri, l'ultimo pezzo di quota prima della discesa.

Davanti alla pietra della fata

Poi la discesa, cinque chilometri ripidissimi che ci hanno distrutto piedi e ginocchia. Al chilometro 18,4 la pendenza è arrivata al 15%, la più ripida dei tre giorni, e ogni appoggio andava verificato, le ginocchia perdevano una certezza dopo l'altra. Chi arrivava prima aspettava gli altri. Alle 16:56, dopo 20,1 chilometri e 798 metri di salita, eravamo a Monterosso Calabro.

Ad accoglierci, davanti alla chiesa del Carmine, c'erano delle signore anziane sedute fuori, intente a valutare i vestiti di un venditore che passava porta a porta, e tutt'intorno altri anziani a parlare tra loro sulla soglia di casa. Mi sono fermato a guardarli più del necessario: al mio paese, San Mauro Marchesato, scene così non si vedono quasi più. Il B&B era tutto scale, ripide, quasi pericolose per due gambe come le nostre quella sera; una doccia, un tè caldo, e poi fuori di nuovo, perché la stanchezza a volte vuole compagnia. Cena al Manzo Criminale con il gruppo di Luigi, caldarroste a tre euro, un rum alla Tana del Leone. Eravamo distrutti e felici, con quella stanchezza che svuota la testa e lascia spazio solo a ciò che conta.

  • Tappa 2 · 11/10/2025
  • San Vito sullo Ionio → Monterosso Calabro
  • 20,1 km
  • ↗ 798 m
  • 09:52–16:56
  • punto più alto 1006 m al km 8,8
  • tratto più duro -15% al km 18,4
  • Strava ↗
Pre partenza, visita in chiesa davanti il B&B - Da San Vito a Monterosso Calabro
Partenza da San Vito
Lago Acero - foto di gruppo
Bastone Odino
Da San Vito a Monterosso Calabro - pausa pranzo
Pietra della fata
Da San Vito a Monterosso Calabro
Monterosso Calabro
Monterosso Calabro
Caldarroste a Monterosso Calabro

Terzo giorno, l'altro mare

Domenica 12 ottobre, ore 8:44. Sveglia alle 7, colazione alle 7:45 al Bar da Luca, timbri raccolti per il paese prima ancora di uscirne, e poi le vie colorate di Monterosso nella luce bassa del mattino. Sei minuti dopo la partenza eravamo già fermi nella chiesa di piazza Luigi Razza. L'ultimo giorno parte già sapendo di finire, con un'urgenza dolce che non è fretta: hai voglia di arrivare e insieme vorresti che la strada durasse ancora un po'.

Alle 9:28, appena fuori dal paese, un uomo raccoglieva olive con una carriola appartenuta al suo bisnonno, centodieci anni di legno e ferro, e si è fermato a parlare con noi come se avesse tutto il tempo del mondo. Forse ce l'aveva davvero. Mi è tornata in mente un'altra carriola, quella che Domenico anni fa aveva spinto su per il Pollino con dentro un'anguria da venti chili. Ma quella è un'altra storia.

Poi il paesaggio è cambiato ancora. Abbiamo lasciato la strada verso il lago dell'Angitola, e alle 10:44, a 48 metri, appena sopra il livello del mare dopo i mille del giorno prima, eravamo al rifugio Pasquale Cricenti, un'area picnic affacciata sull'acqua a cui si accede da un cancello con un lucchetto a combinazione, il codice passato a voce tra camminatori. Il lago era calmo, le colline boscose specchiate dentro, e per un po' abbiamo camminato lungo la riva quasi senza parlare.

Il lago dell'Angitola

Verso mezzogiorno il lago è finito ed è cominciata l'ultima salita, e con lei un paesaggio opposto ai faggi freschi del giorno prima: arido, bruciato, senza ombra. Alle 12:13 un'auto carbonizzata sul bordo del sentiero, come un avvertimento. Alle 12:29, a 121 metri, si boccheggiava sotto il sole, e solo ogni tanto arrivava un filo di vento fresco a ricordarci che il Tirreno era vicino, anche se ancora non si vedeva.

È lì che mi sono voltato e Manuela non c'era. Sono tornato indietro senza pensarci, perché non è una decisione che si ragiona: è un riflesso. Alle 12:34, a 147 metri, l'ho trovata ferma a un bivio, sola, che provava a chiamarci senza campo, e il suo sorriso di sollievo quando mi ha visto arrivare valeva più di qualsiasi panorama. In quel tratto, intorno al chilometro 12,5, la salita toccava l'11%, la più dura della giornata, e da lì l'abbiamo fatta insieme. Più avanti Domenico si era caricato tre zaini, il suo e quelli di Giovanna e Mariangela, ed era salito con Francesco ad aspettarci: a Pizzo si entrava insieme, o non si entrava.

Alle 13:42, a 353 metri, il punto più alto della tappa, la curva si è aperta e c'era Pizzo, giù in basso, e dietro l'altro mare. Tre giorni prima eravamo partiti dallo Ionio; adesso il Tirreno era una linea azzurra che si allargava verso l'orizzonte e diceva, senza parole, che ce l'avevamo quasi fatta. Quasi. Qualcuno aveva gli occhi lucidi; io ho camminato qualche passo da solo, in silenzio, per lasciare a quella vista il tempo di entrarmi dentro.

Pizzo e il Tirreno, dall'alto

Un chilometro più in là ci siamo fermati ancora, solo per dare respiro ai piedi, che a quel punto parlavano più forte di noi. Poi le prime case, le strade che scendevano verso il centro, il castello. La traccia si chiude alle 15:26: 20,9 chilometri e 507 metri di salita da Monterosso.

  • Tappa 3 · 12/10/2025
  • Monterosso Calabro → Pizzo
  • 20,9 km
  • ↗ 507 m
  • 08:44–15:26
  • punto più alto 353 m al km 15,9
  • tratto più duro -11% al km 17,3
  • Strava ↗
Monterosso Calabro - foto di gruppo pre partenza
Domenico con 2 zaini
Monterosso Calabro
Verso il Lago Angitola - contadino con la carriola centenaria
Verso il lago Angitola
Da Monterosso a Pizzo
Rifugio
Lago Angitola
Da Monterosso a Pizzo - Domenico con 3 zaini
Da Monterosso a Pizzo

Pizzo al tramonto

Davanti al castello c'eravamo tutti, e siamo entrati nel cortile insieme, nessuno lasciato indietro. Mi stava venendo da piangere, quella stretta al petto che arriva quando hai fatto qualcosa che la parte più dubbiosa di te non era sicura di riuscire a fare. Ho trattenuto, ma la lacrima era lì, pronta. A Soverato la domanda era al singolare; la risposta, alla fine, è arrivata al plurale. Le foto di rito, gli abbracci, il passaporto con l'ultimo timbro, e poi un panino e un tartufo al bar Belvedere, mangiati con la lentezza di chi non ha più nessuna strada davanti.

Al tramonto eravamo seduti davanti al Collezionista di Venti di Edoardo Tresoldi, l'uomo di rete metallica che guarda le Eolie da sopra il mare, con le gambe finite e il gruppo intorno. Nessuno aveva fretta di dire niente.

Davanti al Collezionista di Venti

Alle 18:01 ci siamo rimessi in cammino, tutti insieme come in quei tre giorni, verso la stazione e il treno che ci avrebbe riportati su, verso Cosenza: un chilometro e trecento metri, venticinque minuti in tutto, l'ultima camminata di quei tre giorni e la più breve. Ed è lì, quasi per caso, che ho scattato le foto più belle del cammino. Il cielo passava dal rosso al viola, il Tirreno diventava oro, lo Stromboli era un'ombra scura all'orizzonte. Tutte le foto di quei giorni le ho fatte con l'iPhone 17 Pro, e se c'è un oggetto che posso chiamare compagno di viaggio senza esagerare è lui: è stato i miei occhi quando i miei occhi erano troppo stanchi per ricordare. Camminando verso la stazione, con i piedi pesanti e la testa leggera, mi è venuto da pensare che anche il cielo fosse felice di quanto avevamo fatto.

Il Tirreno al tramonto, lo Stromboli all'orizzonte
  • La sera · 12/10/2025
  • Pizzo → stazione di Pizzo
  • 1,3 km
  • ↗ 16 m
  • 18:01–18:26
  • Strava ↗
Pizzo, il castello e foto di gruppo all'arrivo
Io a Pizzo con attestato e passaporto
Pizzo, la sera
Pizzo al tramonto
Pizzo, la sera
Pizzo, la sera

Quello che è rimasto

Tre giorni, 61,9 chilometri, circa 2.100 metri di salita, più di centomila passi, da mare a mare. Sono numeri esatti, e da soli non raccontano niente. Non c'è il Fungiaro, non c'è la carriola del bisnonno, non c'è Manuela al bivio. Non c'è Marilia che si ferma a Petrizzi, né il panino diviso sul bordo della strada.

Il passaporto con tutti i timbri

Tornato a casa ho raccolto le foto in un fotolibro stampato, perché un cammino così non poteva restare sepolto in un rullino di telefono in mezzo a mille altre immagini. Lo apro ogni tanto. Sta in un cassetto, insieme al tagliandino che certifica il cammino fatto e al passaporto con i timbri: tre oggetti piccoli che tengono dentro tre giorni interi, da mare a mare.

Il fotolibro, un anno dopo
Il fotolibro, un anno dopo
Il fotolibro, un anno dopo

Quello che è cambiato, in me, è la voglia. Dopo il Coast to Coast è salita la voglia di fare altri cammini, di rimettere un piede davanti all'altro su un sentiero nuovo. Quest'anno avevo in programma il Cammino di San Francesco, ma è saltato per cause di forza maggiore, e così dopo la Calabria non ho fatto altri cammini. Oggi sono fuori allenamento, e non ho motivo di nasconderlo: la domanda che mi girava in testa a cena a Soverato, sono abbastanza allenato?, adesso avrebbe una risposta che conosco già. L'obiettivo è rimettermi in pari fisicamente e preparare altri cammini a partire dalla prossima primavera, oppure qualche tour in bici con la mia Triban 520 gravel. Le gambe si possono rifare; la voglia, quella, c'è già.

Lo rifarei? Sì, subito. Del gruppo ci siamo rivisti solo io e Domenico, quello dei tre zaini; gli altri, quando voglio, li ritrovo nelle pagine del fotolibro, davanti al castello, seduti al tramonto.

Chi l'ha fatto sa. I numeri restano negli appunti, la strada resta addosso. E chi l'ha fatto una volta, prima o poi, torna.